Multitud borrosa subiendo y bajando unas escaleras de piedra, en blanco y negro
Reportage

Quanto sta in una testa

Di Kumera


Benessere · Slow living

Quanto sta
in una testa

Lo stress si nutre di agende piene, ma anche di armadi, schermi e minuscole decisioni che si accumulano. Cosa dicono i dati e perché vivere con meno può essere più di una moda.

Ottobre 20265 minuti di letturaKumera Journal

Nel 1936 l’endocrinologo Hans Selye pubblicò sulla rivista Nature una breve nota su alcuni ratti esposti a freddo, lesioni e sforzo estenuante. Qualunque fosse l’agente, l’organismo rispondeva con lo stesso schema. Quella risposta comune sarebbe stata chiamata stress, termine che Selye prese in prestito dalla fisica, dove indica la forza applicata a un materiale per metterlo alla prova.

Ciò che rende interessante quella scoperta è ciò che lascia intuire: il corpo distingue male un pericolo reale da una somma di piccole richieste. Oggi quasi nessuno scappa da un predatore. Molte persone, però, vivono con l’allarme acceso per una casella di posta, una notifica, un elenco di cose da fare che non finisce mai.

44%
delle persone occupate nel mondo ha dichiarato di aver provato molto stress il giorno prima
Gallup, 2023
12 miliardi
di giornate di lavoro vanno perse ogni anno per depressione e ansia, con un costo vicino ai mille miliardi di dollari
OMS e OIL, 2022

I numeri non spiegano le cause. Gallup non lo ha chiesto, e attribuirle sarebbe tirare a indovinare. Mostrano però le dimensioni del fenomeno: se a così tante persone tutto sembra una salita, non è una stranezza personale né un difetto di carattere. È un’esperienza condivisa.

Il peso di scegliere

Nel 2000 Sheena Iyengar e Mark Lepper allestirono in un supermercato californiano due banchetti di assaggio di marmellate. Uno ne offriva 24 varietà, l’altro solo 6. Il banchetto grande attirò più curiosi (il 60% si fermò, contro il 40%), ma tra chi si era fermato comprò solo il 3%. Al banchetto piccolo comprò il 30%.

Più tardi Barry Schwartz e il suo gruppo misurarono altro: come vivono le persone che cercano l’opzione migliore possibile in ogni decisione, e che chiamarono maximizers. Dichiaravano meno felicità e più rimpianti, perfezionismo e sintomi depressivi di chi si accontenta di qualcosa di abbastanza buono. Scegliere tanto stanca. Scegliere sempre il meglio sfinisce.

Una persona riposa su un balcone con i piedi sul parapetto, guardando il verde

Fermarsi è anche una scelta.

È qui che il «meno è di più» dello slow living acquista senso, e non come estetica di case bianche e vuote. Si tratta di ridurre le decisioni che ognuno si porta addosso ogni giorno. Comprare poco e bene fa risparmiare tempo, denaro e attenzione. Ciò che si usa ogni giorno, ciò che tocca la pelle, ciò che si respira in casa o si porta in tavola merita più criterio di un acquisto d’impulso. I prodotti naturali e di produzione responsabile non curano lo stress, ed è giusto dirlo chiaramente, ma alleggeriscono ciò che il corpo e l’ambiente devono assorbire, e durano di più. Quello che si compra con calma, di solito, si cura meglio.

«Povero non è chi ha poco, ma chi desidera di più.»

Seneca, Lettere a Lucilio, II, 6

Ciò che non si compra

Uno studio su quasi 20.000 persone in Inghilterra, pubblicato su Scientific Reports nel 2019, ha rilevato che chi trascorreva almeno 120 minuti a settimana a contatto con la natura dichiarava salute e benessere migliori di chi non raggiungeva quella soglia. Non cambiava nulla che fossero due ore di fila o più uscite brevi. Un parco di quartiere conta.

Le relazioni pesano ancora di più. Una metanalisi di 148 studi e oltre 300.000 persone, firmata da Julianne Holt-Lunstad e dal suo gruppo, ha associato legami sociali solidi a una probabilità di sopravvivenza superiore del 50% nel periodo di osservazione. Godersi le persone vicine, sedersi a tavola senza fretta, non è un lusso. È uno degli investimenti in salute meglio documentati.

Anche aiutare compare nei dati. In un esperimento del 2008, Elizabeth Dunn, Lara Aknin e Michael Norton diedero 5 o 20 dollari a ciascun partecipante, da spendere nella stessa giornata. Chi li spese per altre persone chiuse la giornata di umore migliore di chi li spese per sé, a prescindere dalla cifra.

Resta la competitività. Nel 1954 Leon Festinger propose che le persone si valutino confrontandosi con le altre, soprattutto quando manca una misura oggettiva. In una cultura di classifiche e vetrine quel confronto non si spegne mai, e il riposo è impossibile finché si gioca a stare sopra. Rallegrarsi dei successi altrui, cooperare, aiutare senza tenere il conto allenta una pressione che quasi nessuno ha scelto.

Cosa si smetterebbe di fare domani se nessuno dovesse saperlo?

Cinque piccole decisioni

01

Sostituire prima di aggiungere

Quando entra un oggetto, ne esce un altro. E quello che entra è di materiali naturali, fatto vicino e pensato per durare.

02

Due ore all’aperto

Distribuite come conviene: una lunga camminata, quattro brevi, un po’ di tempo su una panchina al sole.

03

Una tavola condivisa

Pranzare o cenare con qualcuno, senza telefoni sul tavolo, almeno una volta a settimana.

04

Un favore senza preavviso

Portare la spesa a una persona anziana del quartiere, chiamare una persona che vive sola, regalare un pomeriggio.

05

Mettere a tacere il confronto

Smettere di seguire gli account che lasciano l’amaro in bocca e non misurare la giornata in risultati.

Nota

Vivere con meno non sostituisce l’assistenza professionale. Se l’ansia dura settimane, altera il sonno o interferisce con la vita quotidiana, conviene parlarne con il medico di base o con un servizio di salute mentale.

Quasi tutto ciò che dà sollievo è piccolo e vicino: una persona, una passeggiata, un oggetto fatto bene che non servirà sostituire. Vivere con meno c’entra poco con il privarsi. C’entra con il fare spazio.

Spazio per il silenzio, per chi ci sta accanto, per ciò che ancora non sapevamo di volere.

Fonti e riferimenti

  1. Selye, H. (1936). A syndrome produced by diverse nocuous agents. Nature, 138, 32. doi.org/10.1038/138032a0
  2. Gallup (2023). State of the Global Workplace: 2023 Report. www.gallup.com/workplace/349484/state-of-the-global-workplace-2022-report.aspx
  3. WHO / ILO (2022). WHO and ILO call for new measures to tackle mental health issues at work. www.who.int/europe/news/item/28-09-2022-who-and-ilo-call-for-new-measures-to-tackle-mental-health-issues-at-work
  4. Iyengar, S. S. & Lepper, M. R. (2000). When choice is demotivating. Journal of Personality and Social Psychology, 79(6), 995-1006. doi.org/10.1037/0022-3514.79.6.995
  5. Schwartz, B. et al. (2002). Maximizing versus satisficing: happiness is a matter of choice. Journal of Personality and Social Psychology, 83(5), 1178-1197. doi.org/10.1037/0022-3514.83.5.1178
  6. Seneca. Epistulae morales ad Lucilium, II, 6.
  7. White, M. P. et al. (2019). Spending at least 120 minutes a week in nature is associated with good health and wellbeing. Scientific Reports, 9, 7730. doi.org/10.1038/s41598-019-44097-3
  8. Holt-Lunstad, J., Smith, T. B. & Layton, J. B. (2010). Social relationships and mortality risk: a meta-analytic review. PLoS Medicine, 7(7), e1000316. doi.org/10.1371/journal.pmed.1000316
  9. Dunn, E. W., Aknin, L. B. & Norton, M. I. (2008). Spending money on others promotes happiness. Science, 319(5870), 1687-1688. doi.org/10.1126/science.1150952
  10. Festinger, L. (1954). A theory of social comparison processes. Human Relations, 7(2), 117-140. doi.org/10.1177/001872675400700202
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Scritto da Kumera